La rete che lavora, il libro

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Il lavoro è diventato un oggetto sempre più sfuggente: non solo le scienze sociali, anche la letteratura, il cinema e l’arte hanno perso la capacita di rappresentarlo. Le associazioni sono in affanno: faticano a entrare in relazione con lavoratori dispersi e mobili, non riescono a individuare bisogni collettivi su cui costruire le proprie piattaforme contrattuali, hanno perso quel senso di appartenenza necessario all’esercizio della rappresentanza.

I siti di social network sono una piazza, dove incontrarsi e parlare del proprio lavoro, ma anche un auditorium, dove confrontarsi e riflettere, una fiera, dove mettere in mostra i propri prodotti e un mercato, dove scambiare risorse. Attraverso i social network, l’azione collettiva lascia il passo a quella connettiva, l’appartenenza alla connessione, la solidarietà alla collaborazione.

Questo libro raccoglie le esperienze e i racconti del lavoro che cambia, attraverso i social media. Storie di lavoratori che nei social network vedono cadere i confini tra i loro ruoli e cercano nuove modalità per rappresentare la propria identità e costruire una reputazione; storie di persone che navigano le proprie reti per cercare lavoro; storie di dipendenti alla ricerca di informazioni e occasioni di confronto che vadano oltre i confini delle loro aziende; storie di professionisti che nei social media costruiscono nuove comunità professionali.

Il libro interroga queste storie: come si intrecciano le attività produttive tradizionali con quelle veicolate dalla Rete? Che cosa succede quando le persone si accorgono di essere nodi di una rete? I siti di social network creano o aggregano nuovi attori sociali?

Sharitaly: nuova occupazione, nuovo lavoro, nuove regole

Il 1 dicembre a Sharitaly abbiamo parlato anche di sharing economy e nuovo lavoro. Ecco le slide della mia introduzione al panel, accompagnate da qualche appunto.

Nel 1914 Henry Ford, dopo aver raddoppiato il salario nelle sue aziende, dichiarò: “In nostri dipendenti dovrebbero essere i nostri migliori clienti”. Un secolo dopo, la situazione si è rovesciata: i proprietari mettono a profitto ciò che hanno acquistato erogando servizi.

Chi ha un’auto può fare l’autista, chi possiede una casa mette a disposizione posti letto e lo stesso vale per attrezzature sportive, biciclette, passeggini, abiti, borse ecc.

E’ la sharing economy: una forma di attivazione economica diffusa che nell’ultimo anno ha preso piede anche in Italia.

Quali sono le caratteristiche del lavoro nella sharing economy? E’ temporaneo e, a differenza dei tradizionali lavori a chiamata, il provider può offrire o revocare la sua disponibilità in tempo reale. E’ relazionale ed emozionale, lo scambio di beni e servizi avviene tra pari che costruiscono un legame, seppur leggero. Non richiede qualifiche o credenziali formali ma la capacità di esercitare un’attività, valutata esclusivamente sul mercato attraverso algoritmi reputazionali. Spesso è svolto da casa, che diventa uno spazio di lavoro, a volte aperto ai clienti. Lo scambio può essere retribuito (in denaro o crediti), favorire il risparmio (rimborso spese) o basarsi su logiche di gratuità.

Nella sharing economy, alla tradizionale dicotomia tra datore di lavoro e lavoratore si sostituisce una triangolazione tra piattaforma, provider e cliente, dove gli ultimi due possono essere intercambiabili.

Il provider può essere un appassionato che svolge le attività solo nel tempo libero, uno studente, una casalinga o un pensionato che vuole aumentare le entrate o una persona che lavora per una o più piattaforme come attività principale. In nessun caso, il lavoratore è assunto dalla piattaforma, da cui però dipende per molti aspetti sostanziali: dalla selezione, alla definizione dell’algoritmo reputazionale (di cui il provider non conosce le regole), fino – in alcune piattaforme – alla definizione del compenso. E’ una sorta di franchising, esercitato a livello individuale. L’ambiguità della relazione si manifesta nell’attribuzione di responsabilità in caso di problemi con i clienti, a cui le piattaforme stanno rispondendo attraverso servizi assicurativi.

Spesso chiamati microimprenditori, i provider raramente si autodefiniscono in questi termini. Formalmente, sono lavoratori autonomi e devono conformarsi al relativo inquadramento normativo e fiscale. Se è necessario regolare chi lavora in modo continuativo, che altrimenti potrebbe operare in regime di concorrenza sleale nei confronti dei professionisti, un eccesso di rigidità normativa può soffocare l’iniziativa di chi offre questi servizi solo in forma occasionale.

Anche nella relazione provider-cliente non mancano le criticità: spesso la possibilità di valutazione è lasciata solo al cliente, da cui il provider non ha modo di proteggersi in caso di giudizi scorretti. Un solo voto negativo può condizionare le possibilità di lavoro del provider a lungo termine.

E’ interessante guardare infine alla relazione tra provider: distribuiti territorialmente e senza occasione di contatto – come i lavoratori domestici – spesso si confrontano solo attraverso gruppi di discussione online. Il rapporto è ambiguo: competono sui prezzi ma possono creare alleanze nel portare avanti istanze comuni nei confronti delle piattaforme.

In un mercato del lavoro che si sta muovendo velocemente nella direzione del lavoro autonomo e flessibile, la sharing economy è un caleidoscopio attraverso cui guardare alle opportunità e i rischi del lavoro del futuro.

Cambiamo il canone Rai con il crowdfunding?

In questi giorni si discute tanto di riforma del canone Rai. Da qualche mese sto ragionando con Tiziano Bonini su un modello di finanziamento del servizio pubblico radio-tv che riformi il canone attuale con una quota di crowdfunding: l’idea di base è dare la possibilità a chi paga il canone di controllare una quota minima dei 113,5 euro per sceglierne la destinazione, secondo un meccanismo di ricompense tipico del crowdfunding.

Vorremmo testare questo modello sperimentale per capire quanto potrebbe funzionare e cosa andrebbe modificato. La nostra idea è che permettere maggiore partecipazione (attentamente guidata) da parte del pubblico potrebbe corrispondere a un incremento di fiducia e di responsabilità nei confronti dei media pubblici.

Per testare questa ipotesi, abbiamo creato un questionario. Richiede solo 10 minuti. è importante raccogliere molte risposte per poter avere dati attendibili. Per farlo, vai qui: Canone reloaded.

Abbiamo anche una pagina Facebook per la condivisione di commenti, per continuare la discussione e aggiornarvi sui risultati: www.facebook.com/canonereloaded

Grazie!

Ivana e Tiziano

Lei disse sì

Da stasera fino a settimana prossima è in programmazione al cinema Apollo di Milano “Lei disse sì”. Il documentario è frutto di una delle campagne italiane di crowdfunding più interessanti tra quelle che abbiamo analizzato per il nostro libro “Crowdfunding. La via imprenditoriale alla collaborazione”. Ecco un estratto dell’intervista a Lorenza Soldani. Buona lettura e buona visione!

Lorenza e Ingrid sono fidanzate da 7 anni. Quando organizzano il loro matrimonio in Svezia, perché in Italia non è possibile farlo, decidono di trasformarlo in un documentario. Per finanziarlo, ricorrono al crowdfunding. “E’ stato tutto molto veloce, abbiamo iniziato a dicembre 2012 con il blog www.leidissesi.net e abbiamo deciso di fare il crowdfunding dopo un paio di mesi perché ci siamo rese conto del potenziale che aveva. Avevamo finanziato dei progetti su Produzioni dal basso e su altre piattaforme. Parlavamo con un’amica che è documentarista e aveva fatto un finanziamento per un suo lavoro, era febbraio, noi abbiamo iniziato il crowdfunding a marzo e abbiamo pensato di puntare a 10mila euro e lei ci dice “non ce la farete mai”. Forse grazie a lei ce l’abbiamo fatta perché quando ha detto così ho iniziato a fissare appuntamenti, uscite e abbiamo girato l’Italia”.

Uno degli ingredienti più interessanti di questa campagna è lo stile narrativo, orientato intenzionalmente all’obiettivo di allargare il target. “Io e Ingrid lavoriamo in questo ambito per cui sappiamo che una buona comunicazione fa tanto la differenza. Ci abbiamo scommesso molto dalla grafica ai contenuti veicolati in modo molto semplice, i video brevi, il tono leggero, soprattutto perché questo è un lavoro che non è destinato ai soliti interlocutori del mondo LGBTI, il nostro obiettivo era far arrivare questo messaggio a persone che questa realtà non la conoscono assolutamente. L’idea era di creare una piattaforma che avesse una grande diffusione e i cui contenuti venissero veicolati in tutte le direzioni perché non erano contenuti pesanti o recriminatori, il racconto di una storia personale ci ha permesso di arrivare in luoghi dove spesso è difficile arrivare perché entrano in mezzo opinioni e ideologie. Ci è piaciuto molto essere state invitate da associazioni, realtà, gruppi a presentare il progetto per sostenere il crowdfunding che non erano necessariamente realtà LGBTI”.

Lorenza e Ingrid propongono un nuovo linguaggio, una nuova modalità di mobilitazione. “Credo che una parte del nostro successo sia dovuto al fatto che rappresentiamo una parte di popolazione che pur battendosi per i propri diritti spesso non si riconosce in tutte le battaglie portate avanti dai movimenti e dall’associazionismo. Ormai una nuova forma di attivismo sta prendendo piede: è quella della visibilità e del “metterci la faccia”. Il nostro lavoro è un po’ diverso da quello delle associazioni ma abbiamo sempre cercato di creare collaborazioni, connessioni. Io penso che ciascuno fa ciò che può fare”.

I risultati sono frutto di un investimento importante. “E’ stato faticosissimo. Ingrid in qualità di grafica si è occupata insieme a Maria Pecchioli (cara amica, coautrice del progetto e regista del documentario) di seguire tutta la parte di video, blog ecc. io ho preso un part time dal lavoro per gestire la campagna e mi sono occupata resto delle PR, dell’organizzazione degli incontri, delle interviste ecc. Oltre ai 10mila euro raccolti con il crowdfunding, noi ne abbiamo messi altrettanti perché per un documentario le spese sono tante”.

L’obiettivo è trasformare la loro storia in un racconto collettivo: “Ero molto in ansia per la paura di non farcela, questa non era una cosa nostra intima e basta, se fosse andata male avrebbe voluto dire che era un fallimento del progetto. E’ stato molto bello, molto motivante, però anche molto stressante”.

Alla fine della campagna, la rete dei sostenitori si divide a metà tra amici e parenti di Lorenza e Ingrid e sconosciuti: “Circa la metà arriva da persone che volevano farci il regalo visto che non avevamo fatto una lista nozze oppure persone che conosciamo che non ci avrebbero fatto il regalo ma vedendo questo tipo di progetto hanno voluto sostenerci. Poi tra le persone che non conoscevamo ma che ci hanno sostenute alcune sono entrate nella nostra vita. Ce n’è una che ci ha mandato un regalo per Natale, altre che ci scrivono sempre e ci raccontano la loro vita”.

Per allargare la community di riferimento, un ruolo fondamentale è stato giocato da persone che rivestono un ruolo di ponte verso nuove sfere sociali (i broker), in particolare attraverso i media tradizionali. “Abbiamo avuto la fortuna di incontrare persone che hanno creduto in noi e che avevano un certo peso. Il primo articolo è stato pubblicato sul blog della 27esima ora (Corriere della Sera) che ci ha fatte conoscere da altre realtà, ad esempio Radio Deejay che ci ha dato una grande visibilità. Quando eravamo al telefono con la Pina vedevamo crescere i like su Facebook delle persone che andavano sul sito, abbiamo avuto 600 like in due ore”.

La campagna ha rappresentato una piattaforma di visibilità, oltre che di finanziamento: nelle metriche prese in esame da Lorenza, ai 212 sostenitori e ai 10mila euro raccolti si aggiungono 7450 persone che hanno visitato il progetto. Il bilancio è positivo. “E’ stato bellissimo perché alla fine abbiamo conosciuto tantissime persone meravigliose, abbiamo girato l’Italia e visto posti che altrimenti non avremmo visto, è stato un bel pre-viaggio di nozze che tra le altre cose non abbiamo ancora fatto”.

Tra i punti critici del progetto, Lorenza evidenzia la fatica nel rispettare le promesse di ricompensa: “Le ricompense sono il mio cruccio grosso perché devo ancora mandarne, a chi si è lamentato l’ho mandata. Tutte le sere vado a letto e dico “accidenti, devo ancora mandare le magliette”. Abbiamo fatto delle magliette che abbiamo venduto durante il tour del crowdfunding. L’associazione che ci invitava inseriva nella piattaforma di crowdfunding quello che avevamo già raccolto”.

Un altro limite è legato al meccanismo delle promesse di pagamento, ma i soldi persi sono stati bilanciati da donazioni più generose del previsto. “Mancano 500 euro che non sono stati pagati ma chi ha pagato a volte ha dato di più. Io l’ho scritto nella mail perché ho pensato che se anche hai detto 10 euro, quando sei lì a fare il bonifico cosa ti costa darne 20? E tra un decino di qua e uno di là hanno risanato quelli che non hanno versato”. Oltre a una più ampia questione culturale: “il problema è che in Italia noi siamo abituati a ricevere i finanziamenti pubblici, non a cofinanziare i progetti”.

Da questa mobilitazione, è già nato un nuovo progetto. “Lei disse sì è un progetto di visibilità, è un progetto che dice al mondo che non c’è niente di male a essere omosessuale. Ora siamo partite con un nuovo progetto, Spos* in fuga. L’idea è creare un gruppo di persone che sono andate all’estero per sposarsi. La cosa bella è iniziare a contarsi, perché c’è una percezione sbagliata del matrimonio omossessuale in Italia, sembra che siano dieci ad aver fatto questa pazzia, invece c’è una grande quantità di gente che è andata a sposarsi all’estero. E intanto il documentario prosegue la sua strada. E’ stato girato, montato e postprodotto e adesso spedito in vari festival nazionali e internazionali con la speranza di farlo vedere a più persone possibile”.

Alberto, un anno fa


Un anno fa ero con Alberto e Nicola Palmarini a parlare di moda e tecnologia per I dati sono fashion. Ne è nata una bella conversazione, come sempre. Alberto ci ha parlato della sua storia (“servo il mondo della tecnologia da più di 20 anni”), di Blomming e del suo nuovo progetto, Fashion Technology Accelerator. Passeggiando per il centro, dopo l’intervista, è nata l’idea di coinvolgere gli studenti per studiare l’acceleratore. E’ stato il pretesto per sentirci, sempre troppo di fretta, in questi ultimi mesi.
Ho ritrovato la sbobinatura dell’intervista. Lo voglio salutare così, leggendo e condividendo le sue parole.

Intanto grazie per l’invito ovviamente e un saluto a tutti. Blooming è nata dall’idea di Nicola Junor Vitto un ragazzo di ventinove/trent’anni allora ed è stata un’idea coraggiosa mettere insieme l’e-commerce e social media. Non più semplicemente l’e-commerce visto come un sito destinazione, uno scaffale online in cui l’utente deve andare, ma rendere l’e-commerce diciamo liquido – utilizzando la terminologia di Bauman – cioè portarlo là dove gli utenti sono e soprattutto dare gli strumenti a chi vuole vendere online per vendere direttamente sulle proprie presenze, qundi sul proprio blog, sul proprio sito o sulla propria pagina Facebook. Questo è stato l’inizio e lo sviluppo di Blomming in questi circa due anni o poco più che siamo online. Abbiamo raccolto l’interesse, adesso siamo poco più di 24.000 shop online di cui il 60% resta comunque italiano mentre nell’ultimo anno abbiamo avuto una buona crescita internazionale e questo è anche interessante perché il modello era nuovo, era tutto da testare: nessuno mai aveva messo in vendita un prodotto su Facebook, nessuno aveva mai comprato su Facebook, soprattutto nello scenario italiano, noi compriamo pochissimo online. Ricordiamo che l’e-commerce cioè il retail e-commerce, il transato derivante dalla vendita di merci online, resta ancora qualche punto percentuale rispetto al totale retail. L’e-commerce in Italia ha una grande parte che riguarda il gambling, poi c’è il ticketing, il travelling etc il retail è una parte dell’e-comerce ed è solo qualche punto percentuale, il 2/3% rispetto al totale retail, quando in UK è oltre il dieci, siamo sempre ad un fattore cinque.
Noi italiani abbiamo fatto altro, abbiamo fatto tantissime cose interessanti: siamo leader nella moda, abbiamo una grande tradizione di artigianato e design e da noi si mangia e si sta benissimo, abbiamo tanti valori in Italia ma sulla tecnologia diciamo che ci stiamo accorgendo un po’ adesso, ci vorranno un po’ più di anni, ci stiamo accorgendo adesso che appunto è un driver di sviluppo. Però nello sviluppo di Blomming abbiamo scoperto che poi gli italiani sono svegli, non è che sottovalutano quando trovano l’innovazione facile, efficace e che li aiuta nello sviluppo. Quindi abbiamo avuto una forte crescita: dopo due mesi dal lancio avevamo già duecento shop e in questo percorso abbiamo incontrato tantissime realtà le più diverse. Abbiamo incominciato da comunità di nicchia di appassionati che vivevano molto il mondo del blogger. Poi c’è stata la crescita dei social media: nel settembre 2008 eravamo settecentomila italiani su Facebook, adesso siamo in venti milioni su Facebook.
Io non ho più problemi a indicare la mia veneranda età: io servo il mondo della tecnologia da più di venti anni, ho pubblicato il mio primo articolo nel ’91, ho vissuto il primo boom dell’online intorno all’anno 2000. In realtà l’Italia è arrivata online con Facebook nel 2008 / 2009 è come se quello che abbiamo fatto prima fosse stato un po’ la sperimentazione. Noi, quelli che lavorano da tanti anni in questo campo, abbiamo creato l’industria quando non c’era ancora il mercato. Il mercato è iniziato nel 2000 ha avuto lo sboom e poi è ripartito intorno al 2006 quando sono nati questi nuovi tipi di applicazioni tra cui principe il social networking con Facebook Twitter e così via e il fenomeno blog che era molto rilevante. Nicola stava osservando che l’e-commerce stava comunque crescendo stabile e a ritmi molto importanti ma senza grandi rivoluzioni di modello. Contemporaneamente appunto c’era la crescita del social networking e quindi l’idea del social media in generale, l’idea di metterli assieme. In questi anni di crescita abbiamo raccolto un sacco di comunità interessanti dagli hobbisti poi pian piano, per esempio, i designer indipendenti, gli stilisti indipendenti… Sono usciti recentemente dei dati ufficiali sul numero di esercizi commerciali che hanno chiuso in questi ultimi anni e questo qui è sicuramente un dato negativo però appunto contemporaneamente l’e-commerce è cresciuto, se lo vediamo come sistema ci sono nuovi shop che sono andati online. Noi crediamo tanto nella combustione analogico digitale. Noi parliamo sempre e solo di analogico e digitale, non di virtuale e reale perché nell’online non c’è niente di virtuale, c’è gente vera, persone di business. La combustione tra analogico e digitale è stata vincente quindi noi crediamo che il negozio, quello che ha la luce su strada, quello del quartiere debba avere una presenza online semplicemente per stare in contatto con i clienti. Io faccio sempre l’esempio della città di Siena che conosco bene. Siena ha un passaggio di otto milioni di turisti l’anno che sono sempre persone nuove quindi l’indotto del commercio ha sempre avuto grande sviluppo però se noi avessimo preso le email di quegli otto milioni di persone l’anno probabilmente riusciremmo a tenere i contatti con persone che altrimenti spariscono. Se noi avessimo l’e-mail di quegli otto milioni di persone la potenzialità diciamo così per portare il commercio online sarebbe fantastica. Se il negozio in una piazza di Siena avesse uno shop online pensato per l’estero avrebbe potenzialità molto forti.
Noi recentamente abbiamo fatto un’analisi molto approfondita dello storico di quello che è successo dentro Blooming per verificare se i dati di comportamento dei nostri shop in qualche modo confermano quelle che erano le analisi di altri analisti magazine etc Tra tutti a me piace citare Gartner perché noi abbiamo avuto il privilegio di essere inclusi in un loro report del 2012 che è “Cool Vendors in e-commerce”. Gartner ha fatto questa previsione dicendo che entro il 2015 il 50% del transato online delle aziende verrà generato da social e mobile. Fantastico direi, basta arrivare al 2015! Però appunto l’analisi che abbiamo fatto in questa primavera dice che siamo molto vicini. Noi abbiamo analizzato le fonti delle vendite che accadono su Blooming e abbiamo visto che approssitivamente il 40% delle vendite viene generato da fonti social media. Il nostro transato è veramente generato dalla cosiddetta  coda lunga, sono tanti piccoli blog, ognuno fa il proprio business ma complessivamente generano un volume interessante. Non è che abbiano chissà quale traffico, funziona perché fanno engagement, cioè stanno in relazione con i loro amici: fanno il gioiellino, lo mettono sul blog, lo linkano all’amica, l’amica va a vedere… In realtà quello che viene generato direttamente sugli shop Facebook quindi acquistando direttamente dentro le pagine Facebook sembra un paradosso ma in realtà è la minoranza. Il grosso della vendita che avviene proveniente da Facebook è per lo share sullo stream, cioè le persone condividono il link del loro prodotto e con quello fanno engagement.
Il concetto di base è che cercare sui social network, il “search”, non serve cioè non è un’azione che facciamo, quello che facciamo è seguire le informazioni attraverso i nostri contatti. Io vedo l’informazione di prodotto nel mio stream perché un mio amico lo condivide o qualcun altro lo commenta, lo commento anch’io e lo seguo. Chi fa quest’operazione effettivamente clicca e atterra sul sito del retailer e una percentuale rilevante di quelli che vanno lì effettivamente comprano. L’altra statistica che noi abbiamo è che le ragazze online fanno business molto meglio dei maschietti sui social network perché sanno condividere. In fondo, che cos’è social commerce? Hai presente quando andate sabato pomeriggio a fare shopping insieme e poi per tutta la settimana dopo chiacchierate dei prodotti che avete comprato? Si condivide il prodotto, lo si commenta si viene a conoscenza di questa cosa attraverso le relazioni poi effettivamente si compra e poi succede una cosa in più: si ricondivide, c’è una forte percentuale di chi completa l’acquisto che poi ricondivide sui social network. “Hey l’ho comprato veramente!”. Alla fine stiamo andando a cercare anche una forma di intrattenimento in queste cose qui, ma soprattutto una forma diciamo di riconoscimento identitario. Di questo noi abbiamo sempre parlato e noi l’abbiamo visto sorgere dal basso perché tutte le nostre comunità sono persone che nel realizzare un oggetto ci mettono tanto d’investimento personale e quindi raccontano cose e non gli interessa solamente fare bigiotteria: sono oggetti che a prescindere dal valore materiale hanno un grandissimo investimento invece di tipo immateriale, è raccontare una storia.
Quindi l’idea di come un brand può usare il digital sui social secondo me è molto legato alla capacità di creare community. Aggiungo una cosa: in realtà i social hanno un valore fortissimo come strumenti d’ascolto e qui “i dati sono fashion”, assolutamente. Il caso fantastico è quello di Burberry dove il direttore creativo di Burberry si è accorto analizzando gli insight della pagina Facebook che c’era una nuova demografia e a quel punto ha creato una nuova linea per i ragazzi giovani. I social sono una grandissima fonte d’ascolto, generano una quantità di dati impressionante che è quello che stiamo cercando di fare anche noi nella nostra microscopica nanoscopica esperienza . Si parla proprio di data point, cioè tipo pensa alla geolocalizzazione, tipicamente l’analisi geografica in Italia si faceva con le aree miste che erano cinque suddivisioni geografiche miste dell’Italia. Con la geolocalizzazione puoi capire i cluster di attività nell’ambito di cento metri e capire che lì nel bar della via di fianco si concentra un certo tipo di target e a cento metri di distanza hai un target completamente diverso perché hai un numero di data point infinitamente più ampio.
Allora appunto facendo un salto io ho ancora una novità di Blomming da raccontare, un po’ di innovazione che stiamo facendo, noi come Blomming stiamo lavorando sull’estensione del concetto dell’e-commerce liquido. Non solo stiamo dando ai nostri sellers degli strumenti perché loro vendano ma stiamo anche creando dei nuovi strumenti per aiutarli a vendere portando i loro prodotti in ambienti sempre nuovi. L’idea è di usare il prodotto dell’e-commerce in realtà come contenuto e questo per noi è la scintilla: se i prodotti sono storia allora devono partecipare a delle storie che vengono raccontate ed è lì che guadagnano la loro capacità social perché di nuovo sono le persone che raccontano la storia quindi l’idea è che si possa distribuire anche il singolo prodotto con una sua funzionalità e-commerce in quei siti dove ha senso sia presente quel determinato prodotto piuttosto che altro.
Un’altra cosa che noi abbiamo visto sono molti fenomeni di comunità spontanee, soprattutto tra quelli che comunque lo fanno per hobby che tipicamemente si mettono assieme, si scambiano link, creano pagine comuni, in realtà è una delle più semplici forme di marketing digitale. Spesso e volentieri c’è capitato di vedere e-mail per esempio di chi fa mercati mercatini fiere eventi in analogico in giro per l’Italia che contattavano i nostri seller e questo qui è un fenomeno che noi abbiamo sempre più che tollerato, non abbiamo spinto però ci ha sempre fatto piacere, l’importante è essere parte centrale dell’ecosistema. Trovare poi un seller di Blomming che vende in un mercato in una fiera in un evento figuriamoci se non ci fa piacere.
C’è una nuova iniziativa che sta nascendo che mi vede coinvolto semplicemente, diciamo, come interessato, sto aiutando in qualità di advisor due amici a fondare una nuova struttura che è un acceleratore per start-up nell’ambito fashion tech e questo qui apre uno scenario completamente nuovo ed è credo molto interessante. Ripeto io semplicemente sto dando qualche consiglio e partecipando in maniera molto leggera perché Blomming ovviamente va avanti però mi ha interessato moltissimo questa idea.

Il social recruiting: un’analisi internazionale

E’ online un’indagine realizzata con Gisella Accolla e Alessandro Gandini per Adecco: 17mila candidati e 1500 selezionatori in 24 Paesi hanno risposto a domande su ricerca del lavoro online e reputazione digitale. Risultati interessantissimi dall’analisi delle reti sociali: la conferma che i legami digitali contano.
Tutti i report sono disponibili qui:

http://www.adecco.com/industry-insights/social-recruiting.aspx

Per l’Italia, un approfondimento qui:

http://www.adecco.it/it-IT/consigli-lavoro/Digital-Reputation-e-Social-Recruiting/Pagine/default.aspx

Buona lettura!

E’ uscito “Crowdfunding. La via collaborativa all’imprenditorialità”

Dopo mesi di lavoro, ecco “Crowdfunding. La via collaborativa all’imprenditorialità”, scritto con Paola Peretti e Chiara Spinelli.

La parola crowdfunding è entrata nell’uso con tutto il vocabolario della sharing economy: un ripensamento strutturale dei rapporti tra economia e società imperniato sui concetti di collaborazione e condivisione. Analizzare l’innovativa modalità di raccolta fondi che si muove tra la folla e lo spazio della rete significa aprire una finestra sull’Italia che investe per uscire dalla crisi. Con un approccio sistematico e attento alla prospettiva globale, il volume disegna un quadro completo del fenomeno e di tutti gli ingredienti che entrano gioco abilitati dalle tecnologie della rete. I differenti modelli di crowdfunding e le norme che li regolano, le specificità delle piattaforme, la costruzione della proposta e del modello di business, la strategia digitale e il piano di marketing, la misurazione dei risultati e le relazioni con i sostenitori: ogni aspetto è spiegato, dal concepimento dell’idea alla chiusura della campagna. Oltre 50 case history si intrecciano alla trattazione, con consigli da seguire e richiami agli errori da evitare. I contenuti digitali integrativi ospitano approfondimenti, testimonianze dirette, documenti, suggerimenti operativi, link e infografiche di sintesi.

Crowdfunding: la nuova mappatura delle piattaforme (ottobre 2013) e aggiornamento (maggio 2014)

Sabato 19 ottobre a Crowdfuture ho presentato con Daniela Castrataro la nuova mappatura delle piattaforme di crowdfunding (dati ottobre 2013).

Ecco il report:

 

Qui le slide:

* questa versione, caricata il 23 ottobre, sostituisce quella del 22 ottobre, che conteneva un errore nel valore medio dei progetti

Qui il servizio del TG1 del 20 ottobre e qui lo speciale di Rai economia.

 

Per l’aggiornamento a maggio 2014 guarda qui: 

Che cos’è la sharing economy?

Il numero di ottobre di Vita ospita un bel dossier sulla sharing economy, a cura di Mattia Schieppati e Ottavia Spaggiari. Ci sono approfondimenti su numerose esperienze italiane – Car2go, Casa Netural, Slowd, OilProject, iFoodShare – un’intervista all’assessore Cristina Tajani sull’iniziativa del Comune di Milano a supporto del coworking e una al segretario della Camera di Commercio di Monza e Brianza, Renato Mattioni, sul cambiamento di mentalità degli imprenditori. Si parla anche di Sharitaly, il convegno sulla sharing economy che si terrà a Milano il 29 novembre.

Ho scritto un contributo sul significato di “sharing economy”, i criteri di definizione e i rapporti tra aziende e piattaforme collaborative.

Si chiama “sharing economy” e si propone come un nuovo modello economico, capace di rispondere alle sfide della crisi e di promuovere forme di consumo più consapevoli basate sul riuso invece che sull’acquisto e sull’accesso piuttosto che sulla proprietà. Si traduce con “economia della condivisione”, un’espressione che richiama esperienze di lunga tradizione, soprattutto in Italia, dal mutualismo alle cooperative fino alle imprese sociali.

Come spesso accade ai fenomeni che godono di improvviso successo, sotto lo stesso cappello ricadono pratiche molto diverse tra loro. Per fare ordine, è utile individuarne i tratti distintivi.

Il primo è la condivisione, l’utilizzo comune di una risorsa, intesa come profilo distinto dalle forme tradizionali di reciprocità, redistribuzione e scambio.

Il secondo è la relazione peer-to-peer: la condivisione avviene tra persone (o organizzazioni), a livello orizzontale e al di fuori di logiche professionali, con una caduta dei confini tra finanziatore, produttore e consumatore.

Il terzo è la presenza di una piattaforma tecnologica, che supporta relazioni digitali, dove la distanza sociale è più rilevante di quella geografica e la fiducia è veicolata attraverso forme di reputazione digitale.

Se questi sono gli elementi comuni, le esperienze di sharing economy si differenziano lungo diversi assi.

Innanzitutto, le forme della condivisione: oltre allo sharing in senso stretto, si possono ricondurre a questo modello anche il bartering, inteso come baratto tra privati (swapping) o tra aziende, in un’ottica di reciprocità diretta o indiretta e il crowding, quando più persone contribuiscono alla creazione di un bene o un servizio, attraverso risorse creative (crowdsourcing) o finanziarie (crowdfunding).

A questo si lega strettamente l’oggetto della condivisione: beni fisici (mezzi di trasporto, dalla bicicletta alla macchina, fino alle barche e i tir ma anche vestiti, accessori, telefoni ecc.) o prodotti digitali (libri, film, canzoni, spettacoli), spazi (case e luoghi di lavoro/coworking), tempo/competenze, idee e denaro.

Segue il tempo: l’utilizzo condiviso può essere sincrono (es. divido la mia casa con un’altra persona) o differito (lascio la mia casa temporaneamente a un’altra persona).

La proprietà è il criterio più controverso: il bene oggetto di condivisione può restare al proprietario (es. offro ospitalità a uno sconosciuto), cambiare proprietà (baratto la mia borsa con un paio di orecchini) o essere di proprietà di una parte terza rispetto alla rete tra pari (es. case automobilistiche e amministrazioni pubbliche che offrono servizi di car sharing).

Infine, il valore dei beni e servizi condivisi può essere determinato in denaro oppure attraverso crediti/monete complementari o, ancora, rientrare nell’ambito di una relazione di dono (come nel couchsurfing). Il prezzo può tenere in considerazione elementi spesso esclusi dalle logiche di scambio, come l’impatto inquinante di un oggetto non utilizzato.

La crescita della sharing economy sta ponendo interessanti questioni. Innanzitutto, ci si può chiedere quanto questo modello sia legato alla crisi oppure risponda a un ripensamento più strutturale dei rapporti tra economia e società. Uno dei dibattiti più accesi riguarda il rapporto tra distruzione di valore nei settori tradizionali e creazione di nuovo valore: l’ambito in cui questa ambivalenza si sta ponendo in forma più evidente è quello dei servizi di ospitalità (come Airbnb), che stanno mettendo in difficoltà il comparto alberghiero, mentre incidono positivamente sui consumi culturali e la ristorazione. Una possibile via d’uscita potrebbero essere forme di partenariato tra aziende tradizionali e piattaforme collaborative; in Italia stiamo assistendo alle prime sperimentazioni con Barilla-Gnammo e Adidas-Fubles.

Non da ultimo, la sharing economy sta ponendo sfide inedite al sistema regolativo. Le vecchie regole spesso non si applicano alle nuove dinamiche sociali ed economiche e rischiano di soffocare le innovazioni sociali e di mercato. Sono ormai numerose le iniziative prese a livello locale per risolvere le questioni sollevate dall’economia della condivisione nei singoli comparti, mentre inizia a farsi sentire la richiesta di interventi di più ampio respiro. E’ su questo terreno che si misurerà la forza di quello che si auto-definisce “movimento” della sharing economy.

Se è improbabile che la sharing economy sostituisca i modelli tradizionali, come auspicato da alcuni suoi sostenitori, ci si può aspettare che – nei prossimi mesi – le piattaforme di condivisione delle risorse possano rispondere a bisogni e desideri finora latenti e, aspetto forse più interessante, favorire l’innovazione dei modelli esistenti, sia profit che non profit. E’ dunque importante aprire tavoli di confronto, che coinvolgano anche la pubblica amministrazione, per valorizzare le opportunità offerte da questa prospettiva. 

Ricerca Multiverso: il coworking crea lavoro?

Chi fa coworking ne è convinto: il vantaggio non è risparmiare sui costi della scrivania ma coltivare relazioni, che favoriscono la crescita professionale e generano opportunità lavorative.

L’associazione M-Theory ha trasformato questa ipotesi in domanda di ricerca e ha intervistato 27 dei 57 aderenti al circuito Multiverso di Firenze. Si tratta in larga misura di uomini, in media di 35 anni, occupati nell’ambito creativo: web & interactive, pubbliche relazioni, architettura, audio e advertising.

Di questi, solo 3 hanno dichiarato di non aver avuto occasioni di collaborazione con altri coworker. Gli altri in un anno hanno attivato 130 attività “non monetizzate”, 80 remunerate  e 18 miste.

Un risultato che sembra confermare il funzionamento del coworking come “organizzazione intenzionale” per la creazione di capitale sociale e che apre nuove domande di ricerca: quali sono le caratteristiche di chi offre e di chi riceve lavoro nel coworking? Quali le differenze tra attività retribuite e non? Il coworking facilita solo le relazioni tra coworker o aumenta anche gli scambi verso l’esterno?